Un'estate calda e pericolosa PDF Stampa E-mail
Lunedì 05 Giugno 2006 01:05

ImageEra quella che ci aspettava quando eravamo bambini. Durava tre mesi lunghi e afosi ed era il tempo delle avventure in spiaggia e per la strada, sotto il sole del pomeriggio. Nessuno di noi sognava paesi lontani o parchi divertimento con orripilanti mascotte all’ingresso. Nessuno di noi passava le domeniche nel carrello di un centro commerciale o al tavolo di un McDonald.

Finiva la scuola e questo ci bastava. Alla fine degli anni ’70, la vacanza più esotica che potessimo sperare consisteva nel passare qualche giorno al mare, a casa dei nonni. Eravamo un gruppetto di cugini fra i dodici e i cinque anni guidati e domati da due placidi ma severi vecchi, che imponevano stesso pasto, stessi orari e stesse regole per tutti. Al mattino colazione con caffè, latte e biscotti e poi in spiaggia, in ammollo con salvagente o braccioli sotto l’occhio vigile del nonno. Una volta a casa, tutti a far la doccia in giardino con il sifone, insaponati di baby shampoo jonson’s e di bagno schiuma felce azzurra. Puliti  e cambiati, con gli abiti freschi di bucato, a tavola mangiavano piatti robusti e genuini, senza mai fiatare o protestare.

Il riposo del pomeriggio era in realtà un’esigenza dei nonni. Per noi era il momento degli scherzi e delle risate. O dei tentativi, a volte riusciti, di comprare un ghiacciolo al negozietto all’angolo. Era una vera prova di coraggio tentare di oltrepassare il corridoio senza essere visti e raggiungere l’uscita. Sotto il sole cocente del pomeriggio, con la pelle scurita dal sole, in mutande e canottiera, scalzi e mano nella mano, uscivamo per strada. I più grandi erano d’esempio e di incoraggiamento per i cuccioli del gruppo. In cordata, sulla strada di ciottoli si camminava adagio. Il più grande era il primo della fila e stringeva con una mano gli spiccioli per pagare, con l’altra teneva salda la mano sudata del compagno.

Rivoli di sudore scendevano dalla fronte e sulla nuca, ma io non riesco a ricordare nulla di più esaltante e avventuroso di quel percorso di pochi metri, sotto il sole delle tre, con le strade deserte. Insieme alla sensazione di sicurezza che mi infondeva quella compagnia di bambini coraggiosi. Al negozio di alimentari ci aspettava il fresco del banco frigo, e il ronzìo delle ghiacciaie. Il più alto fra noi si sporgeva per prendere i ghiaccioli e pagare. Poi sotto il portico, al riparo dal sole, mangiavamo il gelato. Pieno di coloranti, dolciastro e proibito, succhiavamo il ghiaccio piano piano, perché quell'emozione calda e sudata non finisse troppo presto.

La nonna sapeva. Al nostro ritorno era già in cucina a rammendare o a preparare le verdure per la sera. Ci raccomandava il silenzio, per far riposare il nonno e poi in veranda, ci lasciava giocare e spanciare dalle risate per tutto il pomeriggio. I maschi giocavano con la palla per strada, noi bambine con le bambole o con il servizio da tè in miniatura e il Dolce Forno. Se i giochi erano troppo animati, lei ci strigliava con un’altra doccia, per poi attendere le visite delle mamme e dei papà. I baci, gli abbracci e la nostalgia di esser lontani alcuni chilometri non bastavano a farci venir voglia di tornare a casa. E dopo la cena a base di grigliate e verdure arrostite per i grandi e di fette di pane, latte e cioccolata per i più piccoli, arrivava il momento de “li cunti”.

Chi in braccio alla mamma, chi per terra, sedevamo attorno al marciapiede con la testa rivolta al nonno o allo zio che raccontava. Le bocche si aprivano per lo stupore, gli occhi si spalancavano per la meraviglia di un passato lontano e l’attesa ansiosa di un futuro così vicino. Si favoleggiava di mostri, di stelle, di fate e di draghi, di personaggi misteriosi ed eventi inspiegabili, di immense fortune e tempeste rovinose. Poi l’ombra inquieta del nuovo millennio si faceva strada nel buio della sera, ma l’antica saggezza dei vecchi scovava nel cuore le parole più dolci per farci addormentare e sognare.

 

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