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Giovedì 09 Giugno 2005 01:30
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Questa mattina Bianca non conta i passi dal parcheggio all’ingresso principale, ma concentra la sua attenzione sulle persone che escono, sugli abiti e le facce. Indovina chi è qui in visita e solo di passaggio e chi invece ci passa le giornate, accanto al proprio malato.  Lei è qui per suo padre, che oggi si sottopone ad un intervento. Gli ha comprato il giornale, ha cacciato indietro le lacrime e si è diretta lungo il corridoio.

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La stupisce la gentilezza degli infermieri e dei medici. Il  chirurgo dà buffetti affettuosi a suo padre e gli carezza la guancia. Bianca è gelosa di queste attenzioni, specie se suo padre ricambia i sorrisi. Qui lo conoscono da pochi giorni e già tutti lo vezzeggiano e lo incoraggiano. Lei invece riesce a dimostrarli amore con una certa fatica.  E’ pudore, forse. Un lungo gesto trattenuto da secoli. Le parole che si affollano in gola. Gli occhi si velano d’emozione e di un tempo lungo di timidezze incomprensibili.

Aspetta nel corridoio che lo riportino su. Si sovrappongono le preghiere alle parole che legge sul giornale. Alterna intenzioni a richieste, confonde le une con le altre. Formula propositi, elenca promesse come all’inizio di una nuova stagione, mentre i muscoli in tensione da ore pulsano e gli occhi bruciano. Pensa al suo lavoro e alla sua casa. A  quel bambino che la fa sorridere . Un guizzo irriverente di vita che prova a scacciare.  E che torna a scorrere appena suo padre ritorna nella stanza. Gli sfiora la mano nell’attesa che si risvegli.

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Vorrebbe ripetere senza sosta il rito del caffè. Fissare in un’abitudine rassicurante gli umori del giorno appena iniziato. Sperare che il risveglio sia il preludio di un succedersi di ore uguali le une alle altre, e non sorprendersi a domare l’angoscia, che danza inquieta nel cuore.  Nel piccolo appartamento, l’estraneità degli oggetti rende più difficile tentare un buongiorno. E quando a turno usano il bagno, si urtano l’un l’altra nello spazio ristretto dei brutti pensieri.

In macchina sfoglia delle riviste, sua sorella guida e ascolta la radio, sua madre sul sedile posteriore lotta per tenere bassa la pressione.  Il sole le picchia sul braccio contro il finestrino e lei si augura di respirare. Magari tra una preghiera e l’altra e l’affanno che la stringe alla gola. 

Il reparto è in piena attività ed entrano in punta di piedi. Gianluca, il ragazzo della stanza quattordici dorme da quarantacinque giorni. Ha i capelli rasati, scuri sul cranio e un grande neo sulla guancia. Lo stereo sul comodino trasmette musica per tutto il giorno, ad un volume allegro e straziante per questo posto.

Il padre le accoglie con un sorriso e qualche parola confusa. Con il pennarello scrive sul foglio che dopo l’intervento avrebbe voglia di un gelato. La tensione si smorza e ridono,  guardando anche l’altro paziente, come a cercare in lui un pubblico per questa scena.

Gli infermieri lo preparano per l’intervento e gli parlano ad alta voce per rassicurarlo. Si scambiano carezze goffe: lei gli stropiccia il naso e gli pizzica una guancia, lui le stringe una mano e quasi le fa male. Lo seguono fino all’ingresso in ascensore, tutte e tre su di giri come se lui andasse a una gita. L’angoscia altera le voci e gli sguardi,  curva la loro schiena. E sarà pure la responsabile di riflessioni insensate e frammenti di lucidità. Questa bolla di tempo rallenta le percezioni e amplifica i ricordi. Che passano tutti sul viso, lasciando ombre scure.

Poi lo spazio si anima e i minuti riprendono la loro corsa. Suo padre è tornato in camera e loro si occupano della biancheria sporca e del cambio di domani. Bianca si avvia verso il bar e in corridoio raccoglie le voci sommesse dei pazienti. Respira appena fuori dall’atrio. Sceglie il gelato di crema e cioccolato e in ascensore ne assapora furtiva il gusto, dolce e forte.

 

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