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Capita che certe giornate si parino davanti come una lunga, interminabile fila di incombenze e impegni da portare a termine. Cominci a correre e non ti fermi fino a sera.
Sono così tante le cose da fare che non ricordi nemmeno cos’hai mangiato a pranzo, anche se hai cucinato con le tue mani. Succede che arrivi a sera e hai depennato dalla lista delle cose da fare tutte le voci, ma non hai ascoltato la tua, di voce. A me capita di vedermi passare addosso le ore e i minuti veloci, velocissimi!, e mi accorgo solo dopo di essere rimasta indietro.
Un po’ me ne frego: io mi fermo spesso. E’ un esercizio di salute. Voglio guardarmi attorno, sapere esattamente cosa sto facendo e accarezzare il viso delle mie bambine tutte le volte che posso. Voglio tenerle in braccio e assicurarmi che la loro felicità sia forte, come il battito del loro cuore.
Anche se perdo pezzi, arranco e a volte sono senza fiato perché mi perdo in tutto il resto, io però mi fermo e le guardo. Guardo loro, guardo Andrea e a volte guardo anche indietro: dovessi dimenticare la strada che ho fatto, non me lo perdonerei mai.
E ora c’è anche Anna Luce che impone sguardi e fermate più lunghe. Il suo modo di parlare è così buffo che sembra usi tutte le lingue del mondo contemporaneamente. Solo la parola mamma è chiara e limpida come un imperativo assoluto: “mamma!”. Per il resto, ce la mette tutta e arrotola la lingua: pronuncia paroline liquide e rotonde e fa gesti con le mani paffute come per imitare noi e le nostre oscure conversazioni. Poi mi sorride in un modo così puro e aperto che mi strappa sempre una domanda: “Sei felice tu, bambina?”. Allora lei mi sorride di più e mi mostra i sei dentoni grandi che ha. Così io sono sicura che dice “Si”, con il punto esclamativo.
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